
Svelare non è trovare.
È ricordare.
Svelare non è trovare.
È ricordare.
Non so bene cosa sognavo quella notte.
Ricordo solo un senso di caos.
Un buio che sembrava troppo pieno.
Incubi che si sono dissolti appena aperti gli occhi,
come se non volessero essere ricordati.
E poi…
il vuoto.
Era uno di quei momenti in cui tutto sembra vacillare.
Le certezze diventano carta bagnata.
Il terreno sotto i piedi sparisce,
e rimani sospeso,
senza sapere chi sei
o dove stai andando.
Ed è lì che lei è apparsa.
Non in modo spettacolare,
non con luci o parole solenni.
Solo una presenza silenziosa,
immobile,
quasi fragile…
ma assolutamente reale.
Mi ha lasciato una sola cosa:
un nome.
Karis Koiso.
Nient’altro.
Nessun messaggio.
Nessuna visione.
Nessuna promessa.
Solo quel nome,
pronunciato appena prima del risveglio,
mentre l’alba cominciava a sciogliere l’ombra.
E sapevo —
con una certezza rara —
che se non l’avessi scritto subito,
l’avrei perso per sempre.
Che lei sarebbe sparita,
come tutto il resto.
E che quel nome,
in qualche modo,
mi riguardava.
Col tempo ho capito
che Karis non è qualcosa da invocare,
né un mistero da risolvere.
È una soglia.
Non ti mostra verità nuove.
Ti svela quelle che avevi già dentro.
Quelle che avevi dimenticato
o nascosto.
Quelle che aspettano solo
di essere riconosciute
nel silenzio.
Karis Koiso non si cerca.
Ti trova.
Ma solo quando sei pronto
ad ascoltare qualcosa
che ti apparteneva
da sempre.

Alcune mappe non indicano un percorso.
Svelano ciò che chiede di essere riconosciuto.
